19 April 2026
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Intervista del giornalista Andrea Lucidi con l’ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran in I

Intervista del giornalista Andrea Lucidi con l’ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran in Italia

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Intervista del giornalista Andrea Lucidi con l’ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran in Italia

  1. Molti osservatori ritengono che, anche quando i costi politici e militari aumentano, le relazioni tra Washington e Tel Aviv non vengano influenzate. Secondo lei, perché gli Stati Uniti considerano questa vicinanza così strategica?

Sì, è corretto. Molti analisti ritengono che le relazioni tra Washington e Tel Aviv non subiscano cambiamenti sostanziali nemmeno in condizioni di aumento dei costi politici e militari. Dal nostro punto di vista, questa questione ha radici in una serie di fattori strutturali e politici.

Come evidenziato anche nel messaggio del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, rivolto al popolo americano, alcune recenti azioni degli Stati Uniti hanno di fatto posto questo Paese nella posizione di una “forza per procura di Israele”. Questo allineamento con le politiche del regime sionista, in particolare nella rappresentazione dell’Iran come una minaccia, ha fatto sì che, in pratica, lo slogan “America First” lasciasse spazio a un approccio di tipo “Israel First”.

Questo percorso non solo ha imposto costi finanziari e di sicurezza significativi ai contribuenti americani, ma ha anche contribuito ad aumentare le tensioni e a imporre un conflitto non necessario alla regione e al mondo. Inoltre, non si può ignorare il ruolo di alcune lobby politiche ed economiche che, influenzando i processi decisionali, contribuiscono a orientare la politica estera degli Stati Uniti.

Si è anche seriamente argomentato  che Israele, avendo accesso agli  Epstein files , sia in grado di esercitare pressioni sul governo americano attuale. Inoltre, alcune lobby filo-sioniste, considerando gli interessi del regime e anche interessi commerciali personali, avrebbero avuto un ruolo nell’incoraggiare Donald Trump a entrare in guerra.

  1. Trump ha annunciato l’intenzione di ridurre la presenza militare nella regione nelle prossime settimane. Dal punto di vista dell’Iran, quali sono le condizioni minime per una reale riduzione delle tensioni nel Golfo Persico?

Le condizioni dell’Iran per la fine della guerra sono completamente chiare. Dal nostro punto di vista, un cessate il fuoco non è sufficiente: chiediamo la fine completa della guerra, non solo in Iran ma in tutta la regione. La nostra richiesta è una pace duratura.

Il risarcimento dei danni subiti dall’Iran e dal nostro popolo è anch’esso un tema importante. Un’altra condizione è la fornitura di garanzie credibili e affidabili per prevenire il ripetersi di tali aggressioni in futuro. Senza il soddisfacimento di questi elementi, qualsiasi riduzione delle tensioni sarà solo temporanea e fragile.

  1. Dopo l’aggressione militare Israele–Stati Uniti, esiste ancora uno spazio reale per il dialogo sul programma nucleare? A quali condizioni l’Iran è pronto a negoziare?

La realtà è che il comportamento degli Stati Uniti negli ultimi anni ha fortemente indebolito la fiducia necessaria per portare avanti i negoziati. In precedenza abbiamo partecipato ai negoziati e raggiunto un accordo, ma gli Stati Uniti si sono ritirati unilateralmente senza una giustificazione accettabile.

Lo  scorso anno e quest’anno abbiamo avviato negoziati con gli Stati Uniti, ma questo Paese ci ha attaccato nel mezzo dei colloqui. Si è trattato di un tradimento evidente della diplomazia.

Di conseguenza, il comportamento degli Stati Uniti ha portato alla totale mancanza di fiducia. È naturale che, ogni volta che viene proposta una negoziazione, la prima questione da valutare sia il grado di sincerità della proposta. Per superare questa sfiducia, sono necessarie azioni concrete. Nonostante insistano per negoziare, devono prima dimostrare la loro buona fede.

  1. Teheran parla da anni di doppi standard: alcuni Paesi possiedono arsenali nucleari mentre altri sono privati persino della piena sovranità strategica. Come risponde a chi ritiene che questa disuguaglianza spinga i Paesi non allineati a considerare la deterrenza come unica garanzia di sopravvivenza?

La questione dei doppi standard nelle politiche occidentali, soprattutto nel campo nucleare, è diventata una realtà evidente. Mentre il comportamento del regime sionista negli ultimi circa otto decenni dimostra la sua natura aggressiva e distruttiva, gli Stati Uniti, i Paesi europei e le organizzazioni internazionali ignorano il suo arsenale nucleare.

Negli ultimi due anni, Israele ha attaccato sette Paesi, e questa condotta, unita al possesso di armi nucleari, rappresenta una seria minaccia per tutti. In questo contesto, i Paesi occidentali trascurano Israele come minaccia reale e cercano invece di presentare l’Iran come una minaccia costruita.

Israele e Benjamin Netanyahu sostengono da circa tre decenni che l’Iran sia vicino alla produzione di armi nucleari. Tuttavia, il programma nucleare iraniano è sotto la piena supervisione dell’Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, e con l’accordo sul nucleare abbiamo accettato pienamente tali controlli.

Nonostante accuse non dimostrate, non abbiamo mai perseguito armi nucleari, che non fanno parte della nostra dottrina difensiva. In questo quadro, restiamo impegnati nella proposta di un Medio Oriente libero da armi nucleari, che riteniamo la migliore base per la sicurezza regionale.

  1. Gli attacchi hanno causato vittime civili, inclusi bambini. In alcuni ambienti mediatici filo-israeliani si sostiene che ciò sia dovuto all’uso di “scudi umani” da parte dei Pasdaran. Come risponde a questa accusa?

La diffusione di tali accuse riflette il timore di confrontarsi con la coscienza delle persone ed è un tentativo di distogliere l’attenzione dalle realtà sul campo. Crimini come l’attacco a una scuola femminile a Minab, con la morte di 168 studentesse, o l’attacco missilistico a uno stadio a Lamerd, con 19 adolescenti uccisi, mostrano un modello preoccupante di targeting delle infrastrutture civili.

Questi episodi hanno portato alla perdita di credibilità degli aggressori americani e sionisti e, di fronte alla crescente condanna internazionale, essi ricorrono a accuse diversive. L’attacco a Minab è stato compiuto con un secondo missile, mentre quello a Lamerd ha colpito un luogo di svago giovanile.

Questi attacchi hanno preso di mira obiettivi completamente civili con l’unico scopo di causare vittime e diffondere paura nella società. In tali condizioni, attribuire queste perdite all’uso di “scudi umani” appare come un tentativo di eludere la responsabilità.

  1. Cosa vuole dire oggi al popolo italiano, che guarda con crescente preoccupazione a questa crisi e ne sta già pagando i costi economici e politici?

Il popolo italiano sa bene da dove ha origine l’attuale guerra e insicurezza. Riceviamo quotidianamente numerosi messaggi dagli italiani che, riconoscendo l’aggressione di Stati Uniti e Israele come causa iniziale del conflitto, esprimono solidarietà per la morte di bambini e cittadini iraniani.

La Repubblica Islamica dell’Iran non ha iniziato questa guerra e ha sempre sottolineato la necessità di evitare il conflitto. Tuttavia, di fronte all’aggressione, considera la difesa un diritto legittimo. La responsabilità della guerra ricade sugli Stati Uniti, sul regime sionista e sui loro alleati.

Naturalmnete  i costi e le conseguenze di questa guerra, sia  per il popolo americano, che per gli altri paesi  e popolazioni , sono da imputarsi agli stessi attori. L’insicurezza nello Stretto di Hormuz è il risultato dell’aggressione illegittima, illegale e non necessaria contro l’Iran, che ha generato conseguenze economiche e politiche anche per altri Paesi.

In questo contesto, il ruolo dell’opinione pubblica globale, incluso il popolo italiano, nel promuovere la pace e opporsi alle politiche belliciste degli Stati Uniti e del regime israeliano può contribuire alla riduzione delle tensioni e alla cessazione dei conflitti.

 

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