17 June 2026
2026/06/12 - 14:47 View: 53
2026/06/12 - 14:47
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CONVERSAZIONE CON L’ AMBASCIATORE DELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’ IRAN

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MEETING INTERNAZIONALE DELLE POLITICHE DELMEDITERRANEO

CAGLIARI 11 GIUGNO 2026

CONVERSAZIONE CON L’ AMBASCIATORE DELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’ IRAN

 

  1. Ambasciatore, l'attacco israeliano contro i sobborghi meridionali di Beirut è stato descritto da esponenti iraniani come il superamento di una linea rossa. Le successive azioni iraniane sono state presentate come un messaggio di deterrenza. Che cosa è cambiato negli equilibri regionali? Siamo di fronte a una crisi contingente o all'inizio di una nuova fase del conflitto nella regione?

Quanto sta avvenendo oggi in Asia occidentale non rappresenta semplicemente una serie di eventi contingenti, bensì riflette trasformazioni più profonde che, nel corso degli ultimi anni, hanno interessato la struttura del potere, gli equilibri di deterrenza e i modelli di sicurezza della regione.

Per comprendere meglio gli sviluppi recenti e le operazioni condotte dalle Forze Armate della Repubblica Islamica dell'Iran, è necessario fare riferimento ai contenuti dell'intesa sul cessate il fuoco raggiunta tra Iran e Stati Uniti. Come annunciato dal Primo Ministro del Pakistan in qualità di mediatore, il cessate il fuoco prevedeva la cessazione delle ostilità e degli attacchi in tutta la regione, incluso il Libano, e la Repubblica Islamica dell'Iran ha accettato tale intesa a condizione che le ostilità cessassero in tutta l'area.

Nonostante ciò, abbiamo assistito a ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte del regime sionista e degli Stati Uniti. Il regime sionista, proseguendo nel proprio approccio aggressivo ed espansionistico, ha condotto numerosi attacchi contro il Libano, mentre nel Golfo Persico si sono verificati diversi episodi di violazione del cessate il fuoco da parte degli Stati Uniti, inclusi attacchi contro navi e porti iraniani.

In diverse circostanze, le nostre Forze Armate hanno attuato risposte difensive agli attacchi illegali statunitensi nel Golfo Persico e, anche nell'ultima fase di tensione, alla luce degli avvertimenti circa la mancata adesione al cessate il fuoco da parte del regime sionista e in risposta alle ripetute violazioni registrate, sono state condotte operazioni difensive contro il regime sionista.

Tali operazioni sono state realizzate nel quadro dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e con l'obiettivo di impedire un ulteriore ampliamento delle violazioni del cessate il fuoco, nonché di dimostrare la disponibilità a contrastare qualsiasi futura violazione.

Quando le regole condivise e le linee rosse della sicurezza vengono palesemente violate, è naturale che gli attori regionali trasmettano, nell'ambito del loro legittimo diritto all'autodifesa, messaggi di deterrenza. Ciò che è cambiato non è soltanto l'equilibrio militare, ma anche la percezione reciproca dei costi associati all'azione e alla reazione da parte degli attori coinvolti.

Alla luce degli sviluppi in corso, la Repubblica Islamica dell'Iran, pur dando prova di buona volontà nell'attuazione del cessate il fuoco, ha al contempo dimostrato la propria determinazione a rispondere a qualsiasi violazione dello stesso e ad affrontare l'approccio aggressivo del regime sionista.

  1. Negli ultimi giorni esponenti vicini alla Guida Suprema hanno fatto riferimento all'Oceano Indiano, al Mar Rosso e al Mediterraneo come possibili scenari della strategia iraniana. Dobbiamo leggere queste dichiarazioni come una dottrina di deterrenza oppure come il segnale che, in caso di ulteriore escalation, il conflitto potrebbe estendersi ben oltre il Levante?

Il riferimento a queste aree strategiche non deve necessariamente essere interpretato come un segnale di volontà di ampliare il conflitto; esso riflette piuttosto la realtà secondo cui qualsiasi situazione di insicurezza nella regione può produrre conseguenze che travalicano una specifica area geografica e propagarsi ad altri contesti regionali. Nell'attuale clima di forte tensione abbiamo assistito all'espressione di diverse posizioni da parte di tutti gli attori coinvolti. Per quanto riguarda la Repubblica Islamica dell'Iran, riteniamo autorevoli esclusivamente le posizioni ufficialmente espresse dalle competenti autorità del Paese, incluse le autorità politiche, i comandanti militari e il Ministero degli Affari Esteri, quale organo responsabile della diplomazia.

Tenendo presente tale premessa, desidero sottolineare che non esiteremo a fare ricorso a tutte le nostre capacità, risorse e strumenti difensivi per fronteggiare qualsiasi aggressione. La nostra dottrina militare si fonda inoltre sulle capacità indigene delle Forze Armate e, come dimostrato nei due recenti atti di aggressione contro la Repubblica Islamica dell'Iran, proprio facendo affidamento su tali capacità siamo riusciti a consolidare la possibilità di contrastare aggressioni illegittime e di imporre una sconfitta alla controparte.

A mio avviso, il principale fattore di instabilità e di escalation nella regione – compresi il Mar Rosso, il Golfo Persico e l'intero Medio Oriente – è rappresentato dalla presenza di forze esterne alla regione e dalla mancata condanna delle aggressioni e delle azioni destabilizzanti del regime sionista, circostanza che ne ha incoraggiato ulteriormente la propensione a compiere atti aggressivi nei confronti di diversi Paesi della regione. Una parte della responsabilità di tale inerzia e mancanza di iniziativa ricade anche sui Paesi europei.

  1. Ambasciatore, negli ultimi giorni l'attenzione internazionale si è concentrata soprattutto sugli sviluppi militari, ma per molti osservatori una delle questioni più delicate riguarda lo Stretto di Hormuz. Circa un quinto del petrolio mondiale transita da quel passaggio e, storicamente, Teheran ha considerato la sicurezza del Golfo una componente centrale della propria strategia di deterrenza. Oggi, alla luce dell'escalation in corso, ritiene che Hormuz debba essere considerato semplicemente una rotta commerciale da proteggere o anche uno spazio strategico attraverso cui l'Iran può esercitare pressione sui propri avversari?

Qual è l'origine dell'attuale crisi nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico? Da quando la sicurezza energetica nello Stretto di Hormuz è divenuta una questione di rilevanza globale, tale da imporre costi ai cittadini di tutti i Paesi? La risposta a questi interrogativi è chiara. Come è noto a tutti, prima dell'aggressione degli Stati Uniti e del regime sionista, nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico erano garantite la sicurezza, in particolare quella energetica e della navigazione, e la Repubblica Islamica dell'Iran svolgeva un ruolo di garante e di fattore di stabilità in tale area, assicurando, attraverso la cooperazione e la supervisione iraniana, il transito sicuro di circa il 20 per cento dell'energia mondiale.

Tuttavia, l'aggressione illegale e contraria al diritto internazionale perpetrata dagli Stati Uniti e dal regime sionista contro l'Iran, nonché l'utilizzo improprio degli spazi marittimi e aerei del Golfo Persico per condurre operazioni militari contro la Repubblica Islamica dell'Iran in quanto Stato rivierasco, hanno compromesso la sicurezza di questa area marittima. È pertanto evidente che la responsabilità della crisi nello Stretto di Hormuz e dell'instabilità nei mercati energetici ricade sui due soggetti aggressori.

La Repubblica Islamica dell'Iran continua, come in passato, a sostenere il principio della libera e sicura navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz e resta impegnata nell'adempimento delle proprie responsabilità in questo ambito. Ciò richiede tuttavia la cessazione delle aggressioni militari contro l'Iran e dell'utilizzo improprio degli spazi marittimi ai danni dello Stato rivierasco. Nessun Paese consentirebbe che il proprio spazio marittimo venga sfruttato per condurre operazioni ostili contro se stesso.

In presenza della cessazione delle aggressioni e di altre azioni destabilizzanti, quali gli attacchi contro i porti e le navi iraniane o l'imposizione di un blocco navale da parte degli Stati Uniti, esistono le condizioni per il ripristino della sicurezza nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico.

  1. Per anni il Golfo è stato il luogo in cui si sono intrecciati deterrenza americana, rivalità tra Iran e monarchie arabe e, più recentemente, tentativi di riconciliazione culminati negli accordi del 2023 con Riad mediati da Pechino. Oggi, dopo la guerra e dopo le notizie pubblicate da Wall Street Journal e Reuters sul presunto coinvolgimento di Arabia Saudita ed Emirati in operazioni contro l'Iran, qual è il livello di fiducia che Teheran ripone nei propri vicini del Golfo? Quei canali aperti negli ultimi anni sono ancora sufficientemente solidi da evitare una nuova stagione di contrapposizione regionale?

La Repubblica Islamica dell'Iran è determinata a ricostruire e rafforzare le relazioni con i Paesi della regione. Prima del recente conflitto, Teheran aveva messo in guardia i Paesi vicini circa la possibilità che gli Stati Uniti e il regime sionista potessero sfruttare i loro territori e le loro infrastrutture per compiere azioni ostili contro l'Iran. Tali avvertimenti, tuttavia, non sono stati adeguatamente presi in considerazione e abbiamo assistito ad attacchi contro il nostro Paese condotti a partire dal territorio di alcuni di questi Stati. Gli Stati Uniti hanno effettuato numerose operazioni contro la nostra integrità territoriale e persino contro obiettivi civili, come la scuola di Minab, utilizzando il territorio e le infrastrutture di tali Paesi.

Ciononostante, la Repubblica Islamica dell'Iran considera i Paesi della regione come vicini permanenti e ritiene necessario procedere verso una maggiore cooperazione reciproca. In questo quadro, consideriamo il dialogo tra gli Stati della regione, libero da interferenze destabilizzanti di attori esterni, un elemento essenziale per la stabilità.

Gli accordi raggiunti negli ultimi anni, incluso il processo di riavvicinamento con l'Arabia Saudita, hanno dimostrato che i Paesi della regione sono in grado di gestire le proprie divergenze attraverso la diplomazia. È naturale che la diffusione di alcune notizie o affermazioni possa suscitare preoccupazioni e interrogativi riguardo al livello di fiducia reciproca; tuttavia, i canali di comunicazione sviluppati negli ultimi anni conservano un'importanza fondamentale e possono contribuire a evitare che la regione ricada nel costoso ciclo delle contrapposizioni del passato.

  1. In questo quadro di crescente tensione regionale, qual è oggi lo stato dei rapporti tra Teheran e Washington? Esistono ancora canali diplomatici diretti o indiretti tra le due capitali e, soprattutto, quali sarebbero le condizioni minime perché l'Iran consideri credibile una ripresa del dialogo con gli Stati Uniti?

Per quanto riguarda le relazioni tra Teheran e Washington, è un dato di fatto che esistono divergenze profonde e di lunga data tra i due Paesi e che le azioni destabilizzanti degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran hanno contribuito ad approfondire la sfiducia verso Washington. Tuttavia, i canali diplomatici non sono stati completamente chiusi e sono in corso iniziative da parte di Paesi come il Pakistan.

Un elemento fondamentale per il successo dei negoziati è che il dialogo possa risultare efficace solo se fondato sul rispetto reciproco, su impegni verificabili e sull’abbandono di politiche di pressione e minaccia. Qualsiasi nuovo processo diplomatico richiede l’offerta di garanzie tali da evitare il ripetersi delle esperienze negative del passato.

L’Iran, nei due precedenti cicli di colloqui, ha dimostrato buona volontà; tuttavia, a causa di quella che consideriamo una violazione della fiducia nella diplomazia da parte degli Stati Uniti, i negoziati sono stati interrotti a seguito di azioni aggressive della controparte nel pieno del processo negoziale.

  1. Il programma nucleare iraniano è al centro del confronto con l'Occidente ormai da anni. Dopo la guerra e il deterioramento delle relazioni con Stati Uniti e Israele, Teheran ritiene ancora possibile una soluzione diplomatica sul dossier nucleare? E quali garanzie ritiene che la comunità internazionale debba ricevere, ma anche offrire all'Iran, per uscire dall'attuale impasse?

Anche la questione del programma nucleare iraniano segue la medesima logica. La Repubblica Islamica dell’Iran continua a ritenere che soluzioni durature possano essere raggiunte solo attraverso la diplomazia, e non mediante pressioni, sanzioni o minacce militari. Gli Stati Uniti non sono riusciti a costringere l’Iran alla resa attraverso sanzioni illegali né attraverso atti di aggressione militare. L’Iran considera la diplomazia l’unico strumento affidabile.

La comunità internazionale ha il diritto di ottenere garanzie circa la natura pacifica del programma nucleare iraniano, e l’Iran, a sua volta, si aspetta che i propri diritti legittimi in ambito nucleare e i benefici economici derivanti dagli accordi internazionali siano rispettati. Qualsiasi accordo potrà essere sostenibile solo se fondato su un equilibrio tra diritti e obblighi.

Il programma nucleare iraniano ha natura esclusivamente pacifica e le precedenti quindici relazioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica lo hanno confermato. Come dimostrato nell’ambito del cosiddetto accordo sul nucleare (JCPOA), l’Iran è pronto a collaborare nuovamente con la comunità internazionale per dimostrare la natura pacifica del proprio programma nucleare, in cambio della rimozione delle sanzioni e del rispetto degli altri diritti legittimi del Paese.

In tale contesto, alla luce dell’esperienza negativa del ritiro degli Stati Uniti dal JCPOA e della conseguente mancanza di fiducia nei confronti di Washington, si sottolinea la necessità che siano previste garanzie adeguate per la piena attuazione dei diritti dell’Iran, inclusa la liberazione delle risorse finanziarie e la revoca delle sanzioni.

  1. A partire dall’inizio della guerra, molti analisti si sono interrogati sulla resilienza del sistema decisionale iraniano. Da una parte c'è chi sostiene che gli attacchi contro figure chiave abbiano spinto la Repubblica islamica a rendere più distribuiti i propri centri decisionali e quindi più difficile da colpire. Dall'altra c'è chi legge questa fase come il riflesso di un dibattito interno tra diverse visioni strategiche sul futuro del Paese. Ritiene che queste interpretazioni colgano qualcosa di reale oppure che in Occidente si tenda a sopravvalutare le divisioni interne all'Iran?

Nella Repubblica Islamica dell’Iran disponiamo di una Costituzione che costituisce la base della struttura dello Stato, e anche il processo decisionale del Paese si fonda su tale impianto. Questa struttura definisce le funzioni e le competenze delle diverse istituzioni e autorità, e le azioni terroristiche o l’eliminazione di leader e funzionari non incidono sul funzionamento del processo decisionale, poiché esso si è sviluppato e consolidato nel corso di diversi decenni sulla base di tale sistema.

A questo riguardo, alcune analisi occidentali tendono talvolta a confondere la complessità del sistema politico iraniano con presunte fratture o divisioni fondamentali. Come in qualsiasi altro Paese, anche in Iran esistono differenti visioni e approcci sulle questioni strategiche, ma tale pluralità di opinioni non implica necessariamente una mancanza di coesione nazionale o un indebolimento dei centri decisionali.

L’esperienza ha dimostrato che, nei momenti critici, la struttura e le istituzioni legali del Paese sono in grado di adottare decisioni coordinate ed efficaci.

  1. Ambasciatore, la guerra ha inevitabilmente concentrato l'attenzione sulla sicurezza regionale, ma restano aperte molte domande sulla situazione interna del Paese. Le autorità iraniane e le organizzazioni indipendenti presentano bilanci molto diversi sulle vittime delle proteste di gennaio, mentre Amnesty International denuncia un incremento delle esecuzioni dall'inizio del conflitto. Come risponde il governo iraniano a queste critiche? Esiste oggi, in Iran, uno spazio legittimo per il dissenso politico che non venga interpretato come una minaccia alla sicurezza nazionale?

Nel campo delle questioni interne, la Repubblica Islamica dell’Iran ha sempre sottolineato, in modo simultaneo, la necessità di garantire la sicurezza pubblica, l’applicazione della legge e la tutela dei diritti dei cittadini. Al tempo stesso, esistono diverse opinioni riguardo ad alcuni eventi; tuttavia, per quanto concerne le statistiche diffuse, nonostante le affermazioni e le accuse avanzate, non sono stati ancora presentati dati verificabili, informazioni comprovate o elementi di prova relativi a un numero di vittime superiore a quello indicato nelle statistiche ufficiali. Secondo i dati ufficiali, la maggior parte delle vittime è costituita da membri delle forze di polizia o da civili uccisi da gruppi armati ribelli.

In generale, l’Iran ritiene che la critica, il dialogo e la partecipazione politica nel quadro della legge non rappresentino una minaccia, ma possano anzi contribuire al rafforzamento della coesione sociale e allo sviluppo politico del Paese. Tuttavia, come in molti altri Stati, viene operata una distinzione tra attività politica legittima e azioni che mettono a rischio la sicurezza pubblica.

È naturale che, mentre le proteste civili sono considerate un diritto legittimo dei cittadini, le rivolte armate di strada e gli attacchi contro le forze dell’ordine e le istituzioni pubbliche non siano ritenuti accettabili.

  1. Proprio in questi minuti si apre la Coppa del mondo maschile negli Stati Uniti, in Canada e in Messico. La partecipazione dell’Iran ai Mondiali è stata accompagnata da polemiche sui visti, interventi della FIFA e negoziati diplomatici che hanno mostrato quanto sia difficile separare sport e politica internazionale. Dal suo punto di vista, questa vicenda dimostra la capacità dello sport di costruire ponti nonostante le tensioni geopolitiche oppure evidenzia quanto la politica, ormai, influenzi anche i grandi eventi sportivi globali?

Per quanto riguarda la Coppa del Mondo di calcio e il rapporto tra sport e politica, occorre sottolineare che lo sport, nella sua essenza, rappresenta un linguaggio comune tra i popoli e uno spazio di avvicinamento tra culture e nazioni. Esso può contribuire a rafforzare i legami e la solidarietà tra i popoli.

Tuttavia, contrariamente agli slogan dei Paesi occidentali sulla non ingerenza della politica nello sport, la realtà dimostra che le dinamiche politiche e geopolitiche talvolta influenzano anche i più grandi eventi sportivi, come la Coppa del Mondo, generando difficoltà nello svolgimento delle competizioni.

Come riportato dalle notizie, mentre gli Stati Uniti, in qualità di Paese ospitante di questa edizione del Mondiale, sono tenuti a rilasciare i visti e a facilitare l’ingresso delle delegazioni partecipanti, attraverso una gestione politicizzata e azioni ritenute ostili hanno creato difficoltà alla nazionale iraniana e alla delegazione sportiva della Repubblica Islamica dell’Iran. La nazionale iraniana, che è stata tra le prime a qualificarsi per il Mondiale e le cui partite, secondo la programmazione della FIFA, dovrebbero svolgersi interamente negli Stati Uniti, a causa di tali ostacoli è stata costretta a svolgere il proprio ritiro in Messico.

Un simile comportamento non ha precedenti nelle edizioni passate della Coppa del Mondo da parte dei Paesi ospitanti e riflette, secondo tale impostazione, un approccio problematico degli Stati Uniti nell’intersezione tra politica e sport internazionale.

 

 

 

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