12 March 2026
2026/03/06 - 19:45 View: 69
2026/03/06 - 19:45
INTERVISTA A LA PRESS

INTERVISTA A LA PRESS

.

INTERVISTA A LA PRESS

4-3-2026

 

1 – L’attacco di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran e la morte di Ali Khamenei, Guida Suprema della Rivoluzione, hanno provocato la reazione di Teheran, coinvolgendo tutti i Paesi del Golfo. Potete spiegare le ragioni di questa decisione? Non temete che un’ampia escalation possa portare a una vasta rappresaglia dei Paesi arabi della regione contro l’Iran?

La guerra non è mai stata una scelta dell’Iran. L’Iran ha sempre sostenuto soluzioni politiche e diplomatiche per risolvere le preoccupazioni legate a crisi non necessarie. Tuttavia, purtroppo, il regime sionista e gli Stati Uniti, in meno di un anno, hanno tradito due volte la diplomazia e bombardato il tavolo dei negoziati.

Prima dell’inizio della guerra, l’Iran aveva avvertito tutti i Paesi della regione che, in caso di collaborazione con gli aggressori, avrebbe considerato un proprio diritto legittimo rispondere. Attualmente vi sono molte prove che i Paesi vicini e della regione abbiano messo a disposizione degli aggressori tutte le proprie strutture e il proprio territorio. Recentemente tre caccia statunitensi sono precipitati in Kuwait. Se non hanno consentito l’uso del proprio territorio, cosa ci facevano quegli aerei in Kuwait?

Ad ogni buon conto, le risposte proporzionate dell’Iran non sono rivolte contro i Paesi amici e fratelli del Golfo Persico, poiché l’Iran ha preso di mira esclusivamente le basi statunitensi in quei Paesi, che dal nostro punto di vista sono considerate parte del territorio americano.

L’Iran e i Paesi arabi della Regione hanno ampi legami economici, energetici e di sicurezza, e qualsiasi escalation potrebbe danneggiare tutti. Per questo la preoccupazione per un’espansione del conflitto è del tutto comprensibile, ma la responsabilità ricade sugli aggressori che hanno attaccato e continuano ad attaccare un Paese. Se si fermeranno, naturalmente anche l’Iran porrà fine ai propri attacchi.

2 – Ritiene che, dopo quanto accaduto, ci sia ancora spazio per la diplomazia?

Anche nelle crisi più gravi la diplomazia non scompare del tutto. Sebbene regni un clima di totale sfiducia, canali non ufficiali, la mediazione di Paesi terzi e i meccanismi internazionali possono creare le condizioni per una riduzione delle tensioni e un graduale ritorno al dialogo.

Pertanto, la diplomazia diventa più difficile, ma non impossibile. Va però sottolineato un punto: la crisi nucleare iraniana, che è una crisi non necessaria, non ha certamente una soluzione militare. Il regime israeliano e gli Stati Uniti hanno sperimentato la via della guerra durante il conflitto di 12 giorni e alla fine hanno richiesto un cessate il fuoco. Percorrere nuovamente la stessa strada non porterà certamente a un risultato diverso e non si dovrebbero nutrire aspettative di diverso genere.

3 – Negli ultimi giorni Abbas Araghchi, ministro degli Esteri, ha avvertito l’Europa di non prendere in considerazione alcuna azione militare, poiché sarebbe interpretata come un atto di guerra che richiede una risposta. Antonio Tajani, ministro degli Esteri, ha dichiarato che “l’Italia non è in guerra con nessuno”. Ritiene che anche le forze e le risorse militari europee nel Golfo possano essere colpite, o che la guerra possa estendersi al territorio europeo?

Come sapete, il diritto e le norme internazionali si applicano in tempo di pace, e in tempo di guerra le parti in conflitto devono rispettare il diritto bellico, che finora il regime israeliano e gli Stati Uniti hanno violato attaccando scuole e ospedali.

Tuttavia, il fatto che forze o interessi europei possano essere presi di mira dipende dal livello di sostegno e di coinvolgimento diretto di quei Paesi a fianco degli Stati Uniti e del regime sionista in eventuali azioni militari contro l’Iran. Le autorità militari e di difesa iraniane stanno monitorando attentamente i movimenti e le attività militari nella Regione e risponderanno con decisione, sulla base del diritto alla legittima difesa, a qualsiasi atto aggressivo.

4 – Pensa che la morte dell’Ayatollah Khamenei e di molti membri dei Guardiani della Rivoluzione possa spingere gli oppositori e parte della popolazione verso nuove e vaste proteste nelle strade? Esiste il rischio che tali disordini, come speravano Israele e gli Stati Uniti, portino a un cambiamento della leadership iraniana?

La risposta a questa domanda implica due considerazioni: da un lato, il popolo iraniano, con una cultura e una civiltà di 7.000 anni, è sempre rimasto saldo e unito e conosce bene le regole della sopravvivenza; in caso di aggressione esterna, anche in presenza di divergenze e malcontento interni, rinsalda la propria coesione. La società iraniana nel periodo successivo alla guerra di 12 giorni ne ha dato prova: la parola “Iran” è diventata una parola chiave di unità nazionale.

Dall’altro lato, la struttura politica dell’Iran dispone di istituzioni e meccanismi ben definiti per il trasferimento del potere e la continuità della governance. La coesione delle istituzioni, il forte sostegno popolare, la gestione del Paese e le azioni delle forze militari e di sicurezza indicano la piena preparazione dell’Iran a contrastare qualsiasi possibile complotto.

Pertanto, tali scenari rappresentano i desideri di alcuni sostenitori della guerra , che li utilizzano per  giustificarla, ma che non corrispondono alla realtà sul terreno.

 

متن دیدگاه
نظرات کاربران
تاکنون نظری ثبت نشده است